Noi due – Sara Maria Serafini

Siamo arrivati al podio! Al terzo posto, con la media dell’otto, si classifica il racconto “Noi due” di Sara Maria Serafini, ingegnere di professione, scrittrice per passione, e, tra le altre cose, fondatrice di RISME: è una storia drammatica, raccontata con una scrittura nitida ed elegante.

 

Noi due

Sara Maria Serafini

 

Il giorno in cui Noemi scomparve nella luce, avevamo otto anni.
Era estate ed eravamo in vacanza a Roccella. Mamma ci consegnava a nonna dal nove di giugno e ci veniva a riprendere agli inizi di settembre. Quando il clima cambiava.
Casa al mare era un cubo piantato nella roccia. Noi bambine immaginavamo che a metterla lì era stata direttamente la mano di Dio. A quell’età, anche la religione era il canovaccio di una favola su cui fantasticare. Dio ce lo figuravamo come un giovane magro e macilento, con i capelli castani, ondulati. Seminudo. Nonna ci portava nella chiesa madre e sull’altare era esattamente così. Noi gli attribuivamo solo poteri immensi, azioni eroiche. Cose che noi non saremmo mai state capaci di fare.
Ce ne stavamo, per la maggior parte del tempo, a raccogliere conchiglie. Le sciacquavamo con l’acqua dolce, le grattavamo con una spazzola di ferro trovata in garage per eliminare le incrostazioni e le vendevamo. Avevamo un piccolo canotto giallo, gonfiabile, disponevamo le conchiglie sul fondo, assieme a vetrini levigati che irradiavano una luce verdognola sui bordi di plastica. Sotto a ogni pezzo allineavamo delle striscette di carta rettangolari ritagliate con perizia dal quaderno su cui avremmo dovuto fare i compiti per le vacanze. Ci scrivevamo nomi magici, inventati. Il nostro preferito era conchiglius nostromus, lo ripetevamo gridando sulla spiaggia, quando a tarda sera restava deserta e l’eco delle nostre parole saltava sul pelo dell’acqua come i sassi piatti.
L’ultima settimana di quell’estate è la cosa che mi resta di Noemi.
Ripercorro spesso la sequenza delle ore, dei giorni, per capire se quel Dio macilento che ci spiava dalla croce, mi avesse inviato segnali che, troppo distratta, avevo ignorato.
Lunedì nonna ci aveva mandato a raccogliere i pomodori nell’orto.
«A pranzo facimu na bella ’nzalata, a vulite piccirì
Avevamo risposto: «Sì!» in coro, perché l’insalata di nonna era uno spettacolo, ci metteva dentro le cipolle rosse di Tropea e i peperoni verdi tagliati a striscioline sottili, che alla fine restava un brodo pieno d’olio e di ricordi.
L’orto si trovava proprio dietro casa, era piccolo, ma ordinato. Nonna ci andava all’alba, perché diceva che tanto i vecchi non dormono mai davvero. Era organizzato in filari, d’estate ci crescevano pomodori, cetrioli, i fiori gialli delle zucchine che poi si potevano friggere.
Per noi era una sorta di gioco. Correvamo per file parallele, facevamo gare a piedi scalzi sulla terra mossa, le caviglie si graffiavano di erbacce basse e piene di spine.
Il premio era la scarpetta con pezzi di pane che si ammollavano e che poi raccoglievamo dal fondo del piatto col cucchiaio grande.
Martedì venne a trovarci la migliore amica di nonna. Una vecchina bassa che eravamo obbligate a baciare sulle guance e a chiamare Zia Rosetta, anche se tra noi non c’era alcuna parentela.
«Noi vogliamo uscire a giocare!»
«E invece state. Che è parvenza
Noemi era la ribelle tra le due. Non aveva paura di niente, neanche delle botte.
Zia Rosetta si calava una mano in tasca e ne tirava fuori due caramelle Rossana, l’involucro rosso, lucido. Ci stampava sulle guance lisce dei baci trascinati, che lasciavano sulla pelle delle scie di saliva. Noemi si puliva subito con il dorso della mano. Nonna le tirava uno scappellotto sulla nuca e lei si risentiva.
Aveva lo stesso temperamento di quel mare che tanto amavamo. Di un amore che assomigliava a quello paterno, fondato sul rispetto, la paura.
Ce ne stavamo lì, a osservare le donne che sferruzzavano e parlavano a bassa voce, come se qualcuno potesse davvero interessarsi ai segreti di due vecchie.
Mercoledì andammo a visitare la Torre di Pizzofalcone. Era una specie di rito, che si ripeteva ogni anno. Ci andavamo con Mario, Luigi e Arianna. I nostri vicini di ombrellone. Raccontavamo bugie ai grandi perché era un luogo pericoloso. Arroccato in alto, semidistrutto. C’era un sentiero battuto, su cui passavano le automobili, ma noi eravamo scalatori esperti. Ci arrampicavamo aggrappandoci agli spuntoni di roccia che apparivano come corna sul versante della collina. Senza pensare al rischio che stavamo correndo, neanche per sbaglio.
«Questa volta, però, entriamo», disse Noemi.
Io le stavo dietro in attesa che qualcuno si opponesse. Ma lei era l’anima del gruppo, il capo.
«Mamma dice che i drogati ci vengono di notte a farsi», azzardò Luigi.
«Fare cosa?» chiese Arianna che era più piccola di noi di due anni. Ricordo che aveva sempre bisogno di fare pipì.
Alla fine entrammo. La torre all’interno era buia. La luce filtrava dai fori sulle pareti perimetrali illuminando un tappeto di erbacce e spazzatura.
«Attenti agli aghi.»
Arianna si avvicinò a Mario, gli prese una mano. Più per istinto che per una precisa volontà.
Dentro alla torre il caldo era secco. Le pietre spesse mantenevano il fresco al sicuro. I nostri respiri si modulavano su una sinfonia sottile, si accordavano gli uni sugli altri.
«L’impresa è arrivare fino a su e urlare.»
«Noe, i gradini saranno sicuri?»
«Sei sempre la solita fifona.» Noemi si mise le mani sui fianchi. «Io vado, se non ve la sentite restate giù.»
Salimmo tutti dietro di lei. Tenendoci attaccati alla parete esterna per paura di cadere. La scala a chiocciola sembrava non finire mai. Quando fummo in cima, urlammo: «Vaffaaaanculooo!» contro il panorama placido di una costa che ci ignorava.
Giovedì nonna ci tagliò i capelli.
Noemi odiava la frangetta e iniziò a correre attorno al tavolo della cucina. Finché non arrivò il ricatto: «S’un ti queti u dicu a parta. E cà un ti ci manna chiù
Nonna ci tagliava i capelli con le stesse forbici con cui sventrava i polli. Ci pettinava per bene, facendo la riga nel mezzo, e lasciava la frangia lunga cadente sulla fronte. Poi ci appoggiava la scodella dell’insalata in testa, quella piccola in cui di solito serviva l’erba gatta, e tagliava lungo tutto il bordo.
Quando finiva ci sollevava il viso dal mento e diceva: «Mo sì cà siti aggarbate. Jati
Di venerdì non ricordo niente. Le nostre giornate, in fondo, si ripetevano sempre uguali. Ci svegliavamo presto, ci infilavamo i costumi senza neanche lavarci, facevamo colazione e correvamo a mare. Ricordo il rumore degli zoccoli di legno contro i ciottoli del vialetto. Compravamo dei pezzi di cocco dai venditori ambulanti. Quando non resistevamo più sotto al sole rubavamo il fresco degli ombrelloni rimasti senza famiglia. Pranzavamo con i panini che nonna ci preparava. Dentro c’era la frittata col prezzemolo o la cotoletta al forno. Nonna diceva che si inumidiva di meno. Stavamo a mollo in acqua, finché il sole non tramontava. Rientravamo a casa seminando ombre lunghe color aranciata.
Sabato.
Sabato è l’ultimo giorno in cui ho visto Noemi.
Eravamo in spiaggia, come sempre. I ragazzi più grandi avevano noleggiato il pedalò.
«Venite, dai!»
«Nonna non vuole, lo sai.»
«Nonna non c’è. Chi glielo dice? Tu?»
Sapeva che non l’avrei mai fatto. Non riuscivo a impedirle di disobbedire e, di riflesso, disobbedivo anche io, perché non riuscivo neanche a lasciarla sbagliare da sola. Io e Noemi avevamo respirato nella stessa acqua. Rannicchiate per nove mesi una accanto all’altra. Ognuna era stata la prima percezione dell’altra. Il primo istinto, il primo alito vitale.
L’acqua del mare, dal pedalò, era nera. Ogni tanto veniva a galla qualche medusa viola che Noemi cercava di allontanare o bucare con un bastoncino di canna che si era portata dalla spiaggia.
Io avevo paura dei tuffi. L’idea di sprofondare nell’abisso era terribile. Lo immaginavo come un collo di bottiglia senza fondo, da cui non sarei riuscita più a riemergere.
Noemi invece era bravissima, si lanciava sia in avanti, con le mani tese a indicare una direzione lontanissima, che all’indietro. Apriva le braccia come quel Dio sull’altare e si lasciava cadere. Socchiudendo gli occhi.
Sparì all’improvviso. Mentre giocavano ad affogarsi come facevamo mille volte, ma a riva. Il mare sollevava schizzi luminosi. Cristalli leggeri che brillavano un attimo per poi sciogliersi di nuovo.
Un attimo prima era lì. La osservavo, dal bordo del pattino, ridere e urlare parolacce. L’attimo dopo era scomparsa.
Ricordo che impiegammo un tempo inverosimile a capire davvero cos’era successo. I ragazzi più grandi provarono a immergersi in fondo. Ma il mare ingoia.
Il cielo divenne scuro e il sole, che aveva fatto brillare il bianco della plastica dello scafo, si ritirò di colpo.
Qualcosa nella pancia mi diede un morso. Uno soltanto.
Domenica arrivarono mamma e papà. Ma non avevano più la faccia che ricordavo. Piena di luce.

 

 


Sara Maria Serafini nasce a Milano, il 09 giugno 1984. Laureata in Ingegneria Edile/Architettura, dottore di ricerca in urbanistica, insegna e svolge la libera professione. Suoi racconti sono usciti sul taccuino letterario sasso/carta, sulla rivista Pastrengo e sul QuIMG_20180425_201845_581otidiano del Sud. Ha pubblicato le raccolte di racconti Ingoia la notte e Solfeggio in abbandono, entrambe per i tipi di Arpeggio Libero Editore. Ha fondato la rivista letteraria RISME.
Il suo primo romanzo, L’amore che devi, è in uscita per Feltrinelli nella collana digitale Zoom Filtri.
Sito internet: https://saramariaserafini.wixsite.com/scrittrice

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