La notte è l’unica possibilità di luce – Gaia Gentili

Non appena è arrivato il racconto di Gaia Gentili, siamo stati tutti convinti che era esattamente questo il racconto che cercavamo. La notte è l’unica possibilità di luce possiede una luce unica, che è stata capace di illuminarci già dalla prima lettura. Qui dentro c’è tutto quello che serve per costruire un ottimo racconto: una lingua originale, una storia che funziona, un personaggio che prende vita.
Quando si decide di organizzare un concorso di racconti (per alcuni di noi era la prima volta), è come lanciare un sasso in un pozzo e aspettare il suono di ritorno. E quel suono è arrivato. Siamo stati contenti di tutti i racconti che abbiamo ricevuto, e ora ci è più chiaro quali sono le tendenze attuali, cosa muove e appassiona chi scrive. La classifica è una delle possibili letture, ma non l’unica. Chi non rientra tra i primi otto ha meriti che non possono essere descritti attraverso i semplici numeri.
Ma oggi, ci godiamo questo racconto che si è classificato
primo, con voto unanime. Grazie a tutti quelli che hanno scritto e grazie a tutti quelli che hanno letto – possiamo assicurarvi che per noi è stata un’esperienza bellissima! E i nostri più sinceri complimenti alla vincitrice!

La notte è l’unica possibilità di luce

Gaia Gentili

L’appartamento l’ho preso in affitto un paio di mesi fa e mi ci sono trasferita subito, sono arrivata prima dei mobili, prima che mi attivassero il gas. La luce c’era invece ma io la uso il meno possibile, i miei occhi senza ciglia sono allenati, si dilatano al buio. “Sei tutta occhi” mi dice Rachele. Secondo lei in questi anni sono diventati più grandi. Quando non mi bastano, mi infilo una torcia sulla fronte. Credo di essere un po’ ridicola con quella fascetta che mi incolla i capelli in testa ed è una delle ragioni per cui forse è meglio continui a stare da sola.

Ho traslocato di notte, perché nessuno si accorgesse di me. Non passo mai inosservata per colpa delle mie bende. Le chiamo così, per me lo sono. Mia mamma si ostinava a chiamarli veli, nella sua bocca tutto sembrava più bello di quello che era e me le passava quelle parole come caramelle dolci. Poi, il giorno in cui è morta, ho cominciato a dire merda quando devo dire merda.
Merda, merda, merda! , mi metto davanti alla foto di mamma, quella in cui sorride tanto, mentre è aggrappata al collo di papà.
Merda, merda, merda!, a voce bassa.
So che da qualche parte lei mi sente e fa una smorfia di disapprovazione o forse ride. Se fosse ancora qui, magari mi allungherebbe un mottarello con la crosta di cioccolato che si stacca dalla panna. Adoro i mottarelli, li spoglio fino a che rimane solo il bianco. Lei lo sapeva bene.
Ho traslocato portandomi nello zaino tende pesanti e ho passato tutte le ore di buio della mia prima notte a coprire finestre. Il mattino è arrivato senza farmi male.

La coppia che abitava prima qui, in affitto in queste due stanze più il bagno, avrebbe continuato a viverci ma sono stata brava: si chiamano Ernesto e Teresa, non li ho mai visti, me li immagino, la bocca rossa di lei, i denti da fumatore di lui in mezzo alla barba. Mi attraggono le bocche, la linea delle labbra. Ho imparato a disegnare volti vuoti dotati di sola bocca, porto su carta quello che immagino.
“Hai un modo allucinato di guardare gli altri, li porzioni”, così mi dice il mio capo, mi commissiona i disegni e io glieli mando. Nemmeno lui mi ha mai vista, facciamo tutto con internet o via posta. Mi paga bene, “Sei preziosa” mi dice. Non mi interessa sapere su quali graphic novel compaiano le mie bocche, quale successo abbiano, sotto quale nome. Io sto bene nascosta.
Con Ernesto e Teresa ho fatto tutto per telefono, quasi tutto, Rachele mi ha aiutata, mi presta spesso il suo corpo, io lo tratto con cura e cerco di usarlo il meno possibile per non infastidirla. Ha portato la busta con i soldi. Quando hanno visto il contenuto, hanno fatto in fretta a cercarsi un nuovo nido d’amore. In realtà non erano molti soldi, 4000, pensavo avrebbero resistito di più: o sono troppo innamorati e qualsiasi casa è casa per loro, o lo sono troppo poco e allora, anche se sono andati a viverci appena sposati, non hanno grandi ricordi legati a questo pavimento di piastrelle quadrate. Sarei arrivata anche a 7000, ho messo via poco per volta quello che mi sarebbe servito, d’altra parte è l’unica cosa per cui ancora valga la pena.

Il balcone dista sedici passi in linea d’aria dalla finestra della sua camera, dà sulla mia cucina, Ernesto e Teresa ci tenevano l’immondizia, c’erano ancora i segni dei bidoni, ci venivano a fumare, mozziconi di sigaretta schiacciati sul pavimento, molti incastonati in un vaso di terra appeso al lato sinistro: sigarette per fiori. Io ho restituito dignità a questi pochi metri quadrati, pulendo tutto con cura e smaltando di bianco la ringhiera di ferro che finisce con dei riccioli in cui mi piace infilare le dita e aggrapparmi come stessi per salpare verso nuovi mari. É l’unico occhio su questo lato a Sud, le altre finestre guardano tutte verso il Nord, a parte il piccolo rettangolo del bagno. La mia vera vita passa su quel balcone, sospeso nel vuoto. Ci ho messo una sedia a dondolo che occupa quasi tutto lo spazio disponibile. É sempre la stessa, quella su cui mi buttavo a sedici anni.

Dopo una settimana hanno portato i mobili, pochi, un tavolo piccolo, la cucina, il letto a una piazza e mezza, un armadio. C’era Rachele, non sembriamo sorelle, prima ci assomigliavamo di più anche fisicamente, con il tempo siamo diventate diverse, io ho ossa più sottili e le cose mi pendono addosso, lei è bella. Sono rimasta chiusa nel bagno, seduta sul water quasi tutto il tempo. La sento la luce entrare dalle finestre spalancate, la vedo infilarsi sotto la porta nel mio rifugio buio. Ci sono volute cinque ore almeno. Sul water ho letto, ho mangiato crackers e formaggio, mi sono rivista Gran Torino, li ho ascoltati parlare di là dalla porta, ho disegnato sdraiata nella vasca. Ci avevo infilato dentro dei cuscini per stare comoda.
“Vive da sola?”, la voce ha una forma giovane, leggera. Deve avere delle belle labbra.
“Sì, in due si dovrebbe stare troppo attaccati”, mia sorella scherza, è in piedi da come il suono si infila sotto la porta, sta ridendo, forse ha la testa piegata sulla spalla.
“La fa ben”, questa è una voce più grossa, indurita di anni e chili. Si sente l’affamo del respiro pesante. Immagino la bocca e provo a disegnarla, quella giovane e quella vecchia, in volti vuoti del resto.
“Volete un caffè?” Rachele fa la padrona di casa ma io non ho caffè, mottarelli tanti.
Solo il più vecchio dice di sì; Rachele dovrà scendere al bar sotto per portarglielo. Rachele non uscire ti prego, vorrei dirle ma i fantasmi non hanno voce. Non lasciarmi chiusa qui da sola. Lo fa apposta, credo sia un po’ la sua vendetta. Non è stato facile essere mia sorella, nemmeno adesso che siamo cresciute.

Aspetto che il sole tramonti, lo vedo scendere dietro le tende spesse che danno a Sud, vedo l’ombra farsi via via più nera. Allora mi metto sul balcone, dondolandomi sulla sedia. Non è un quartiere molto trafficato, sono vie perpendicolari che si incastrano l’una nell’altra segnate sul perimetro da alti palazzi, le persone che si muovono sotto tornano a casa, non è un posto per giovani, dal balcone le vedo con passi veloci nel freddo. Mi metto sulla sedia dentro la pelliccia di mia mamma, sa ancora di lei, non l’ho mai fatta lavare, mi tiene al caldo.

Aspetto.
Sul balcone.
Sopra la sedia a dondolo.
Dentro la pelliccia.
Aspetto.
Il buio è la mia casa.
Non guardo l’orologio.
Aspetto.
Gli occhi dentro la sua finestra.
Aspetto.
Le pareti sono gialle.
Luce si accende sul giallo.

Strizzo gli occhi perché il primo riflesso sembra accecarmi. Lo guardo entrare, ho sempre saputo dov’era ma adesso lo rivedo. Per anni è stato soIo voce. I piedi nudi toccano il parquet, li ricordo i suoi piedi, la pianta larga. Ha i jeans e una camicia stropicciata, non so da quanto tempo sia in casa, la camera è il mio solo occhio su di lui. Se decidesse di chiuderla, scomparirebbe. Svuota le tasche prima di spogliarsi, toglie i jeans, poi la camicia. Seguo i suoi movimenti, un bottone dopo l’altro. Ha i capelli più bianchi, si spoglia piano, non ricordavo avesse movimenti così lenti. Ogni tanto si porta una mano nei capelli, come un pettine, li tira in su. Lo sa che ci sono, tiene le tende annodate, ma non apre i vetri e non guarda mai nella mia direzione. Glielo ho chiesto io. Credo abbia paura di me ma rimane a farsi guardare nelle pieghe della pelle in cui si nasconde l’anima. Me lo deve. Non gli farei mai del male, non saprei nemmeno come fargliene ma me lo deve. Lui lo sa. É una guerra la nostra a misurare chi ha più potere sull’altro, camminiamo su fili tesi e logori, temendo di mettere il piede in fallo, di precipitare nel vuoto. Lui lo sente l’odore della mia paura, io quello pungente della sua.

É l’unico che mi abbia vista nuda prima che diventassi ombra, è l’unico che abbia percorso i centimetri del mio corpo bianco con la bocca e con le mani, è l’unico che abbia mai accarezzato i miei lineamenti scomposti nel momento del piacere, che abbia sentito il mio corpo tendersi come un arco per tornare sfatto a riposare. É stato lui a trovare la prima lesione sul braccio sinistro. Piccola. Si è tirato su dal letto e ha messo gli occhiali per esaminarla. Se non l’avesse vista, forse non sarebbe successo tutto. Avrei avuto una vita breve ma normale. Avevo 16 anni, lui 29. Ci siamo amati di nascosto, spogliati di nascosto, era il mio insegnante, sono stata zitta con la linea delle labbra a combaciare strette. Ma è stato facile perché poi è successo tutto il resto. Il primo e l’unico, pochi mesi, nudi tutte le volte che si poteva, poi xeroderma, veli, bende, occhiali da sole, tutto coperto, sempre dentro, fuori di notte, di giorno dentro, chiusa, le tende spesse, il buio sempre, niente neon, sola. Di lui, di me sono rimaste le voci, qualche volta, quando mia mamma mi lasciava libera per pochi minuti, aveva paura a lasciarmi, i guardiani, tutti sono diventati guardiani che dovevano custodirmi, la mamma, Rachele, la zia Bea, il nonno. Non fatela uscire. Un’altra lesione. Xeroderma forse. Esami ed esami, camici bianchi. Xeroderma, di solito si manifesta prima. Voglio sentire la sua voce, mi manca il tuo corpo, gli dicevo. Portami via, gli sussurravo nel telefono. Non è mai venuto. Lui lo sa. Me lo deve. Tieni le tende annodate e fatti guardare, gli ho chiesto. Sono sul balcone dell’appartamento di fronte alla tua camera. Fatti guardare, non guardarmi. Io sono ombra. Ho sentito l’odore acre della sua paura portato dall’aria che ci separa fino alle mie narici aperte a cercarlo.

Ha una moglie senza nome, due bambini, Matteo misura un paio di spanne più di Giada, ma fatico a dare le età. Giada ha capelli di miele che si arrotolano alle estremità in riccioli incerti, non come sua moglie fili castani e pesanti sulle spalle che si piegano impercettibilmente in avanti, quasi cercassero un punto di pace. Per me è solo una donna che ogni tanto si mette alla finestra della camera a spingere gli occhi nel buio. Non so se mi veda o mi immagini nei sedici passi di aria che ci separano. Non so se Luca gli abbia mai parlato di me, della ragazza bendata che vive di notte dentro una pelliccia. Gli ho chiesto di non farlo quando mi ha detto si sarebbe sposato, poi non gli ho più imposto divieti, tanto non si esiste se il proprio corpo è fatto solo delle parole di un uomo. Non so nemmeno se vorrei essere lei, la moglie, una che viene dopo di me. Lei ha un corpo suo, ha la possibilità della luce, può uscire e mettersi a prendere il sole finché la pelle si arrossa, può farsi guardare in abiti corti d’estate, è madre, ma solo io so cosa sono stata per lui. Lei è venuta dopo di me, dopo di noi.

Vorresti fare a cambio? La tua vita per la sua?
No, preferisco il mio buio.

Sopra il balcone, sulla sedia a dondolo, dentro la pelliccia, nella notte.
Una sigaretta che brucia tra indice e medio.
Occhi nella finestra.
Luce sulle pareti gialle.
Lui che entra.
Vivo in quella stanza.
Spegne la luce.
É tutto troppo poco.
Ho le guance umide: è la notte che si condensa in gocce fredde.

Suona un citofono, non può essere il mio, io sono assenza. Una volta due. É un suono acuto, scava nel legno della porta blindata a fondo, l’attraversa. Il mio polso segna le 3 e 17. Chi può suonare di notte? Non può essere il mio. Rachele ha le chiavi. Suonano ancora. Una volta due. Arriva al su e giù della sedia a dondolo spostando centimetri d’aria. Rimango zitta, mi fermo dentro la pelliccia come un animale che si mimetizza, il respiro rallenta. Suonano. Non possono sapere che ci sono, mi accuccio nella gabbia, stretta nell’angolo più buio. Si sente l’odore della mia paura. Nocche sulla porta. Tum tum tum. La sua voce è al di là dal legno pesante. Isa, Isa. Non posso rispondere. Deve capire che non posso. Mi metto la mano sinistra sulla bocca, non so se sono l’amica o l’aguzzino di me stessa. Non erano questi i patti. Io ti guardo, tu non mi vedi. Isa, Isa.
Sono rimasta immobile, la preda che non vuole essere trovata, finché nella pelliccia gli occhi si sono fatti duri, ho tirato su le ginocchia e mi sono addormentata. Mi ha spogliata il primo raggio sulla guancia sinistra. Ho aperto gli occhi cercando le ore che ho perso, ho sentito la ferita e sono corsa dentro, chiudendo le tende.
Sto perdendo il controllo del mio buio.

Squilla il telefono nel giorno fatto, oscurato dalle tende.
“Puoi incontrarmi nel corpo di mia sorella se vuoi.”
“Ero dietro la tua porta”
“La porta non si apre”
“Perché hai paura di me?”
“Ti avevo chiesto di portarmi via”
“Dodici anni fa”
“Sono via per qualche giorno, mia moglie Matteo Giada. Sono dai nonni a Pesaro”.
“Ti regalo il suo corpo”

Ho chiamato mia sorella. L’ho pregata di venire anche oggi anche se è un giorno pari e lei viene sempre nei dispari.
Ti prego vieni.
Mi sono inventata di aver finito l’antibiotico, le ho raccontato del raggio di sole sulla guancia sinistra, poi sono rimasta seduta sul divano finché la chiave non ha girato, una due tre volte.
Rachele aveva un vestito verde che le fasciava i fianchi e calze pesanti. Guardandola ho pensato che fosse bella, che avrebbe potuto essere molto di più per lui di quanto non sarei stata io, con le mie ossa smunte.
“Cosa faresti per me?”, volevo pesare il suo grado di amore. Quando si è soli come me, rinchiusi, si vorrebbe avere sulle spalle amori pesanti.
“Tu?”. La sua domanda non vale, lei è libera, non ha bisogno di me.
“Io non ho un corpo. Cosa si può fare senza un corpo?”
Mi sono tolta la pelliccia e mi sono messa davanti a lei. Forse ci somigliano ancora abbastanza, ma lei è bella nella sua pelle d’ambra.
“Me lo presti?”, sapeva che stavo parlando del suo corpo, con le mani ho seguito il profilo dei suoi fianchi.
Non so se abbia detto di sì per compassione o perché mi vuole bene. Nell’armadio ho cercato tra i vestiti che non metto più, li ho appesi in alto a sinistra. mi sono arrampicata sulla scala e ho passato mani e occhi nei cellophane in cui ho chiuso gli anni perché non si impolverassero. Alla fine l’ho trovato, quello nero corto. Ci ho fatto l’amore dentro dodici anni fa. Rachele si è chiusa in bagno per infilarselo, quando è uscita non riuscivo a smettere di guardarmi nelle sue forme morbide che non ho più.

Rachele è rimasta tutto il giorno, ha preso permesso sul lavoro. Abbiamo cenato insieme, ho preparato involtini e purè con burro e grana, come faceva mamma, come piace a lei. Non ho molti modi per ricambiare l’amore. Abbiamo aspettato il buio guardando la televisione. Non abbiamo parlato di lui, non mi ha chiesto niente, forse avrei dovuto descriverglielo nello sguardo che attraversa la notte. Poi mi sono messa sul balcone, gli occhi alla finestra, una sigaretta tra indice e medio spenta. Rachele mi ha baciata sulla testa ed è uscita chiudendomi dentro la gabbia.
Ho guardato l’orologio, calcolando i minuti per percorrere il pianerottolo fino all’ascensore, il tempo di risalita di quella scatola di metallo che sobbalza a ogni piano e quello di discesa, i passi dall’ascensore ai tre scalini di uscita nel cortile fino al cancelletto di metallo, poi ho visto il vestito nero corto per strada andare verso il palazzo di Luca, l’ho seguito dall’alto finché è scomparso alla mia visuale. A quel punto ho acceso la sigaretta, prendendo l’accendino dalla tasca destra della pelliccia e ho aspettato che la luce illuminasse le pareti gialle.

Rachele é ricomparsa dopo cinque giorni, in uno di quelli dispari, portandosi dietro due borse della spesa e una scatola di mottarelli. Non mi ha raccontato niente, io non ho chiesto perché la finestra non si sia più accesa per me, per nessuno. C’è del silenzio lungo tra noi due. Sul balcone ci passo lo stesso le notti, dondolandomi su e giù per cullare lo sconforto dell’attesa che sembra non finire. Nemmeno le voci ci sono rimaste, Luca è scomparso mangiato dalla sua paura o dalla mia. Quando la luce si riaccende dopo 31 giorni, il giallo alle pareti è un bianco spento e un letto di metallo sottile ha sostituto quello di legno chiaro. L’uomo che si spoglia davanti a me non è più il mio. Ne disegno la bocca su fogli bianchi, solo la sua, è la parte di lui che più mi manca.


gaiagentiliGaia Gentili è nata a Lodi il 23 aprile 1976.
Laureata in Lettere Moderne, vive a Lodi e insegna in un istituto superiore della provincia. Ha una famiglia numerosa della quale si riempie ogni giorno: è per lei un antidoto alla paura della solitudine.
Suoi racconti sono apparsi su Cadillac Magazine e Inutile.

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